Il volume di Meris Nicoletto, appena uscito nella collana Viaggio in Italia, curata da Fabio Francione per le edizioni Falsopiano, rende finalmente giustizia al regista bolognese Valerio Zurlini (1926-1982), un autore che avrebbe meritato di viaggiare in prima classe, seduto a fianco dei grandi maestri del cinema italiano, osannati dalla critica, quali Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, i fratelli Taviani, Marco Bellocchio. Invece esigenze produttive, regole di mercato e soprattutto un’indole poche incline al compromesso hanno costretto Valerio Zurlini ad accontentarsi di un posto in seconda classe. L’essere stato un regista svincolato dai condizionamenti dell’ambiente cinematografico e indipendente nella scelta delle storie da raccontare seguendo le proprie inclinazioni sono state le principali cause della rimozione o dello scarso spazio dedicatogli all’interno delle storie del cinema italiano.
La monografia, ripercorrendo, con eccellente scrupolo storico e critico, le tappe della carriera del cineasta bolognese, dall’esordio come documentarista, negli anni Cinquanta, alla realizzazione di otto lungometraggi (dal 1954 al 1976), riesce a dimostrare quanto il cinema di Zurlini risulti solo in apparenza superato per le tematiche affrontate; in realtà è stato «in anticipo» per la capacità di captare le trasformazioni sociali e i mutamenti del pensiero del cosiddetto «secolo breve». «In anticipo», in quanto la «poetica dei sentimenti», che è il fil rouge che percorre tutta la produzione del regista, lo spinge a delineare dei ritratti inediti di giovani (Estate violenta, La ragazza con la valigia, Cronaca familiare, Le soldatesse, Il deserto dei Tartari) di fronte a scelte di vita difficili. Il sentimento d’amore, Leitmotiv ricorrente nella maggior parte delle pellicole zurliniane (da Le ragazze di Sanfrediano a Estate violenta, da La ragazza con la valigia a Le soldatesse, a La prima notte di quiete), costituisce un momento di crescita interiore, un passaggio verso l’età adulta, che presenta però sempre un «conto da pagare». Come scrive Meris Nicoletto nell’introduzione al volume: «Ogni volta, che i personaggi intravedono all’orizzonte un’oasi di possibile felicità o di appagamento delle proprie aspettative, vanno incontro ad un’evitabile sconfitta sul piano esistenziale. L’esito spesso tragico di ogni singola storia, anche di quelle non d’amore – in altre parole la mancanza del “lieto fine” – in tutto il cinema di Zurlini, non va interpretato in chiave pessimistica: i sentimenti arricchiscono l’animo dei protagonisti di ogni storia e li costringono a compiere delle scelte fondamentali per la loro vita o ad acquisire una maggiore consapevolezza di se stessi e del loro ruolo nel mondo».
Il lavoro dell’autrice individua quindi un trait d’union all’interno di tutta la produzione filmica di Zurlini, che culmina con il film testamento, Il deserto dei Tartari, in cui si ribadisce in maniera lapidaria che il fine dell’esistenza è la morte affrontata con coraggio e senza facili pietismi, in nome di una dignità umana che non scende mai a compromessi per non essere calpestata. Zurlini in tutti i suoi lavori, compresi i documentari, su cui la studiosa si sofferma a lungo sottolineandone l’indubbia bellezza e originalità all’interno della produzione degli anni Cinquantanta, si rivela regista straordinario, capace di calarsi nei recessi del mondo interiore dei suoi personaggi lasciando parlare gli sguardi, i gesti e persino il silenzio. Instancabile lettore di opere letterarie, oltre che collezionista e critico d’arte, Zurlini ha trasferito sullo schermo queste sue profonde passioni, facendo in modo che testo scritto, partitura sonora e immagini si fondessero armonicamente in un’entità indissolubile.
A completamento dell’opera, la studiosa dedica ampio spazio alle sceneggiature rimaste nel cassetto (La zattera della Medusa, Verso Damasco e Il sole nero), analizzate e collocate nella prospettiva di una poetica d’autore coerente e capace di essere sempre la cartina di tornasole dell’epoca in cui il cineasta è vissuto. Questi progetti gettano luce su un percorso professionale ed umano di estremo interesse, nonostante l’amaro avvertimento lasciatoci dal regista nel libro uscito l’anno dopo la sua morte e ripubblicato in parte nel 2009, Gli anni delle immagini perdute. Un’opera, privata del suo compimento, è «una tappa di vita non percorsa, un traguardo non raggiunto, una somma di anni inutilmente perduti, una cicatrice in più, uno sterile anticipo di morte». |